di Luca De Gennaro
Direttore VH1 Italia

Ormai non ci chiediamo neanche più perché. Perché stiamo perdendo in continuazione pezzi della nostra vita musicale. Non ci chiediamo più di cosa continuano a morire le nostre rockstar. “Dopo breve malattia” era stato detto solo una settimana fa di Mark Hollis, “Trovato senza vita nella sua casa in Essex” si dice oggi di Keith Flint, il folletto pazzo dei Prodigy, che avevamo visto l’ultima volta pochi mesi fa sul palco dell’ Home Festival, e quella sera avevo pensato: “Certo che questa formula dopo più di vent’anni continua a funzionare alla grande, guarda lì la gente come zompa”.

Prodigy - Pass - De Gennaro

Perché in fondo i Prodigy erano i Ramones dell’elettronica, quelli che facevano i concerti sempre uguali con gli stessi pezzi tutti uguali e tutti di seguito senza un secondo di tregua che ti facevano saltare dall’inizio alla fine. Li avevo visti per la prima volta a Glastonbury 1995, anno di grande innovazione musicale, della esplosione del Brit Pop, di Oasis e Pulp headliner delle prime due sere, mentre la domenica il festival veniva chiuso dal rituale dark dei Cure sul Pyramid Stage ma io ero sgattaiolato via attraverso il backstage per arrivare all’NME Stage dove gli ultimi a suonare erano proprio i Prodigy, con quei due lì davanti che saltavano come dei grilli per tutto il palco e quella musica potentissima, incalzante, e poi alla “Dance Tent” che inaugurava quell’anno e chiudeva con un dj set di Carl Cox rimasto nella storia come uno dei più leggendari mai sentiti.

I Prodigy stavano lì, in mezzo a quella rivoluzione, tra il punk e la techno, con una formula fino a quel momento inedita. Fino ad allora rock e dance music avevano percorso strade separate e spesso antagoniste ma nei primi anni Novanta i rave parties avevano cambiato gli equilibri, anche in Italia i dj erano entrati nei centri sociali e in Europa i più grandi festival rock avevano aperto le porte all’elettronica. I Prodigy erano alla griglia di partenza del nuovo movimento musicale insieme a Chemical Brothers, Fat Boy Slim e Orbital.

Quando l’anno dopo cominciai a lavorare per MTV il video di “Firestarter” era in onda ad ogni ora del giorno e quel pezzo era diventato simbolo del nuovo pop, un brano durissimo, urlato, incalzante, violento, che però aveva conquistato tutti. Facevano dei video terrorizzanti, con gli zombi cattivi che ti inseguivano nei boschi, le ragazze ubriache che si drogavano e vomitavano nei cessi, quelli che correvano bendati spaccandosi la faccia contro gli alberi, una paura bestiale, erano esagerati, eccessivi, oltraggiosi, ma “The Fat Of The Land” fu comunque il primo album di musica elettronica ad entrare direttamente al numero uno nella classifica americana. Anche gli USA si erano accorti di loro e il disco era stato pubblicato dalla Maverick, l’etichetta di Madonna, una che sui nuovi fenomeni musicali ci ha sempre visto lungo.

Prodigy - Home Festival 2018 - Foto: Natasha Torres

Prodigy – Home Festival 2018 – Foto: Natasha Torres

Keith Flint nei Prodigy era il diavolo che saltava e urlava, il casinista, il “Firestarter, twisted firestarter, the trouble starter, punking instigator, the fear addicted, a danger illustrated”. Un “pericolo illustrato”. Probabilmente è morto di ciò di cui è vissuto. Di tutto ciò di cui è vissuto.

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