di Luca De Gennaro
Direttore VH1 Italia

Tutto ci aspettavamo tranne che Mogol, uno dei più celebrati autori di canzoni e attuale Presidente della SIAE, parlasse male della musica italiana. Probabilmente non voleva, ma nella intervista con Ernesto Assante uscita mercoledì mattina su La Repubblica purtroppo questo traspare.

L’argomento è quello di cui si parla da qualche giorno, la proposta dell’onorevole Alessandro Morelli della Lega di introdurre per legge quote obbligatorie di musica italiana nella programmazione delle radio, proposta alla quale Mogol ha aderito ufficialmente attraverso una email inviata a tutti gli iscritti SIAE.

Sappiamo bene, e lo abbiamo già spiegato qui, che quello delle quote è un falso problema perché già adesso le radio italiane trasmettono ben più del 30% (quota identificata dalla proposta di legge) di musica italiana. Quindi la questione non si pone. Sarebbe come fare una legge che impone ad ogni bipede di camminare su due piedi almeno il 30% del tempo mentre per il restante 70% sarebbe libero di procedere in ginocchio, rotolando o trascinandosi sui gomiti.

Quello che colpisce però delle dichiarazioni di Mogol è la risposta all’ultima domanda, che parte proprio da questo assunto. “Lei sa bene – dice Assante – che il mercato in Italia è fatto già oggi soprattutto di musica italiana, lo dicono le classifiche”. Sentite cosa risponde il Presidente della SIAE: “Effettivamente se parliamo di volumi e non di qualità, ha ragione”. Attenzione, quando mai finora si è dibattuto sulla qualità della musica? Si è sempre parlato di percentuali tra musica italiana e non, non tra bella e brutta. Prosegue Mogol: “Ma se parliamo di qualità non possiamo dire di essere andati verso l’alto”.

SANREMO, ITALY - FEBRUARY 09: Mahmood with his winner's award with hosts Claudio Baglioni, Virginia Raffaele and Claudio Bisioon stage during the closing night of the 69th Sanremo Music Festival at Teatro Ariston on February 09, 2019 in Sanremo, Italy. (Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/WireImage)

Mahmood, vincitore del 69esimo Festival di Sanremo

Oddio, cosa intende dire Presidente? “Di sicuro in Italia tra gli anni ’70 e ’80 c’è stato un fiorire di musica popolare che non ha eguali”, e fin qui siamo tutti d’accordo, ma attenzione che qui arriva la stoccata: “Adesso non è un momento in cui possiamo vantarci di queste eccellenze, allora io dico muoviamoci”.

Non c’è dubbio, la sua convinzione è granitica: la musica dei suoi anni d’oro era bellissima, quella di adesso non lo è. Non ci sono eccellenze al pari di quelle di una volta di cui possiamo vantarci, queste sono le parole che ha usato. Il suo ragionamento sembrerebbe essere: facile trasmettere musica bella alla radio, facile passare Battisti, Dalla e De Gregori, ma noi vogliamo che le radio siano obbligate a trasmettere anche la musica di oggi che è BRUTTA!

Una posizione che di fatto sostiene che gli artisti e gli autori di oggi sono mediocri, che le case discografiche puntano su talenti di cui non ci si può certo vantare, e che alle radio può venire negata l’autorevolezza di definire quale musica italiana merita di essere trasmessa e quale no in base a quote da rispettare per legge.

In una sola frase, di certo pronunciata con la grande sincerità che lo contraddistingue, per difendere la musica italiana ha in realtà parlato male di tutti quelli che la fanno e la diffondono. Ma forse gli è solo uscita male. Forse non la pensa davvero così. In fondo ci vuole bene.

 

Foto in apertura: Arisa, Simone Cristicchi, Loredana Bertè e Achille Lauro al Festival di Sanremo, Getty Images

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