di Luca De Gennaro
direttore VH1 Italia

I Talk Talk erano entrati per sbaglio nel calderone delle boy band dei primi anni Ottanta. Forse perché erano nati nello stesso periodo e avevano fatto un tour inglese insieme, forse perché entrambe le band erano affascinate da un certo glam rock raffinato, o forse solo perché il nome di entrambi era formato da una parola ripetuta due volte, venivano spesso accomunati ai Duran Duran, dunque trasmessi da Deejay Television e invitati al Festival di Sanremo.

Mark Hollis era diventato suo malgrado un teen idol. La New Wave inglese un po’ synth pop e un po’ new romantic che aveva come colonne portanti Duran Duran e Spandau Ballet si era portata dietro come se fosse un unico movimento artisti molto diversi tra loro, dai Culture Club a Howard Jones, dai Frankie Goes To Hollywood a Sade, dai Tears For Fears agli Yazoo, e lì in mezzo erano finiti anche i Talk Talk, che nel 1984 avevano tirato fuori dal cilindro un album con quei due singoli, “It’s My Life” e “Such a Shame”, perfetti per la radio e accompagnati da video che giravano in continuazione sulla neonata Videomusic.

 

Due anni dopo, mentre la frenesia adolescenziale da “Sposerò Simon Le Bon” si esauriva, la band di Mark Hollis pubblicava un album maturo come “The Colour of Spring”, con due hit come “Life’s What You Make It” e “Living in Another World” ma che già faceva capire che la strada artistica della band andava in direzione ostinata e contraria rispetto al mondo synth pop. Era un album tra la psichedelia sognante e il rock progressivo, con dentro addirittura del jazz e del gospel, e divenne il loro maggiore successo commerciale. Riascoltandolo ora sembra incredibile come un disco così potesse scalare le classifiche, ma era davvero un periodo diverso. Ancora più sperimentale fu “Spirit Of Eden”, che nel 1988 chiuse il loro ciclo di vita artistica.

La band si scioglie nel 1991 dopo l’album “The Laughing Stock” e una serie di litigi interni, e nel 1998 Mark Hollis si ritira dalle scene. Da allora non si sentirà mai più parlare di lui, anche se “It’s My Life” ritorna al successo mondiale nel 2003 reinterpretata in maniera rispettosa dai No Doubt.

Lunedì sera ci è arrivata la notizia della sua scomparsa, a soli 64 anni, dopo una “breve malattia”, e in un cassetto ho ritrovato una foto Polaroid che gli avevo scattato nel backstage del Teatro Ariston di Sanremo durante il Festival del 1985. Lo ritrae con un giubbotto di jeans e gli occhiali scuri mentre entra nel suo camerino, con una espressione che sembra dire: “Ma che ci sto a fare in questo posto di matti?”.


 
 
 
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Scattai questa Polaroid all’ingresso dei camerini del Teatro Ariston di #Sanremo nel 1985. @aristonsanremo #MarkHollis #TalkTalk #Polaroid

Un post condiviso da Luca De Gennaro (@lucadegennaro) in data:

Mark Hollis era uno così. Un artista vero. Uno che ad un certo punto ha avuto il coraggio di smetterla e ritirarsi. Ma che ci ha lasciato un bel po’ di musica che ci ricorda un momento bellissimo della nostra vita.

Qui una playlist con le migliori canzoni e i video più famosi di Mark Hollis e i Talk Talk

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