di Luca De Gennaro, direttore VH1 Italia

C’è un bellissima scena di “The Young Pope” in cui il giovane Papa dice che gli artisti di cui si parla di più al mondo sono quelli che non si fanno vedere e cita Daft Punk, Banksy, Elena Ferrante.

In questo elenco, Liberato è l’ultimo arrivato in ordine di tempo, e il suo concerto sabato sera al festival Club To Club di Torino era da mesi l’evento più chiacchierato nel meraviglioso mondo alternative/hipster italiano.

Due parole di premessa se non avete mai sentito nominare Liberato (il che è legittimo, per carità). Meno di un anno fa comincia a girare in rete una canzone napoletana: “Nove maggio”, firmata “Liberato”, un testo d’amore quasi neomelodico con base elettronica e andamento reggae, pezzo bellissimo, orecchiabile, canticchiabile, accompagnato da uno splendido video firmato dal regista napoletano Francesco Lettieri.

Poco tempo dopo esce una seconda canzone: “Tu t’e scurdat’ e me”, anche lei con relativo video, che alimenta l’interesse intorno al progetto e già ci si chiede chi possa essere il cantante, se è uno solo, se c’è un collettivo, chi ha scritto la musica, chi l’ha prodotto, se è qualche artista conosciuto sotto mentite spoglie.

Il mistero si infittisce e le maglie dell’hype sui social si allargano a dismisura, tanto che la notizia del primo concerto di Liberato al MiAmi Festival di Milano scatena mille congetture e grande curiosità, ma quella sera, di fronte ad una folla di giovani curiosissimi pronti a immortalare in diretta facebook il momento rivelatore, salgono sul palco quattro artisti ben conosciuti nell’underground italiano: Shablo, Izi, Calcutta e Priestess, per un bizzarro “concerto tributo a Liberato”, in cui cantano le sue canzoni mentre lui, narra la leggenda, è tra il pubblico, nascosto dal suo anonimato, a filmare col telefono il suo stesso concerto.

Fantastico. Un genio del marketing virale, e tutti a chiedersi sempre più chi cacchio possa esserci dietro tutto ciò.

Arriva l’estate e viene annunciata la line up del festival elettronico più cool dell’autunno, il Club To Club di Torino, sempre molto raffinato come cartellone e con in più, quest’anno, la prestigiosa presenza dei Kraftwerk. L’organizzatore, che incontro in agosto al festival gemello Viva! in Puglia, mi dice che da contratto non può rivelarmi neanche con chi ha parlato al telefono per fissare la data. Ma io non voglio sapere niente, voglio andare a vedere di persona di che si tratta.

Infatti eccoci sabato sera sotto il palco dell’Auditorium del Lingotto a Torino in mezzo a migliaia di giovani intellettuali, ma anche meno giovani, e anche meno intellettuali. Diverte vedere i tecnici che sul palco montano gli strumenti (tastiere e batterie elettroniche) per una band di cui nessuno sa non solo chi, ma neanche quanti saranno.

Potrebbero essere uno, dieci, nessuno. Potrebbe essere solo uno spettacolo di visual con musica pre-registrata, chi lo sa. E i visual ci sono eccome, un mega-intro percussivo elettronico da rave con effetti di luce e laser e poi si percepisce, stando vicino al palco come siamo, che lassù in mezzo al fumo ci sono tre tizi incappucciati che suonano.

“Uè, guagliù, t’appost!” è l’unica frase che Liberato dice al microfono prima di intonare “9 Maggio” tra cori entusiasti e tripudio generale. I musicisti suonano davvero ma si intravedono appena, sempre retro illuminati e avvolti dall’oscurità. La seconda canzone è l’ultima conosciuta, uscita su Youtube un mese fa (e secondo me la sua più bella finora): “Gaiola Portafortuna”, poi un brano inedito e alla fine “Tu t’è scurdat’ e me”.

Grande suono, bassi che pompano, begli effetti di luce, canzoni che tutti cantano in coro. Durata totale del concerto: 25 minuti di perfezione. Non si poteva volere di più. Sui social gli amici commentano agitati le immagini che vengono diffuse via social da tutti i presenti in tempo reale: “Ma allora? Chi era? Ma la voce è la stessa dei video?” Tutto ciò non ha più nessuna importanza, anzi, a questo punto non voglio proprio più sapere chi è. Non deve dirlo. Mai.

Ha fatto benissimo a tenersi nell’ombra perché ha dimostrato di sapere fare, senza dovere anche essere. In un mondo dei media nel quale troppo spesso il personaggio è più importante di quello che fa, in cui la “celebrity” vale più del prodotto, Liberato è oggi un esempio di artista che mette davanti a sé la sua arte e si fa apprezzare solo per quella.

Sabato sera sono definitivamente diventato un fan di Liberato, perché fa belle canzoni, bei video, ha fatto uno splendido concerto, e a me questo basta. Non è necessario leggere una sua intervista, vedere una sua foto, conoscere i suoi pensieri, e non ho la minima intenzione di sapere che faccia ha. Music speaks for itself, si diceva un tempo. La musica parla da sola. Guagliù, t’appost.

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