La Les Paul di Slash, la Diavoletto di Angus Young e la Flying V di Lenny Kravitz. Più che chitarre, Gibson ha creato simboli rock, icone della musica del XX secolo. Eppure, l’azienda americana è sulla strada della bancarotta. 

Gibson ha infatti presentato istanza di fallimento con lo scopo di ripagare i debiti e ristrutturare il proprio business: una serie di finanziatori del gruppo potrebbero diventare azionisti della società.

Gibson ha debiti tra i 100 e i 500 milioni di dollari e nel corso degli ultimi anni gli utili sono calati (circa mezzo miliardo nell’ultimo triennio), anche per via di una contrazione del mercato delle chitarre (già, sembra che i dj siano ormai molto più affascinanti dei chitarristi e, secondo alcuni, il mercato chitarristico è rimasto in piedi grazie soprattutto a Taylor Swift).

C’è un dettaglio relativamente rassicurante: i guai di Gibson – che produce le proprie chitarre esclusivamente negli Usa, dove dà lavoro a 875 persone – sono dovuti più che altro alla diversificazione del business voluta dall’amministratore delegato uscente Henry Juszkiewicz, che nel 2014 aveva deciso di rilevare una divisione audio e home entertainment di Phillips. Qui un’analisi di Bloomberg.

E tra le scelte discutibili dell’attuale amministratore delegato, c’è anche quella di inserire un accordatore automatico su alcuni modelli di chitarra: la Tronical -società tedesca con la quale Gibson aveva collaborato per implementare questo sistema – ha denunciato gli americani poiché questi ultimi avrebbero lavorato in proprio su strumenti simili. L’ammontare del danno secondo i tedeschi? Quasi 50 milioni di dollari.

Dunque, i veri problemi arriverebbero non tanto dalle chitarre, ma da cuffie ed elettronica varia. Gibson ha fatto sapere quindi che tornerà a occuparsi solo del proprio core-business: Les Paul, Diavoletto, Flying V e tutti gli altri gioielli di famiglia made in Usa. 

Foto in apertura Gibson.com

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